Monastero delle clarisse: o sfidiamo il bello o ci rassegniamo al banale
Fare di un luogo di fede di monache che rinunciano al mondo per dio, un ufficio per travet non è “impossibile”, ma è stupido. Il monastero delle Clarisse è un volano possibile di rigenerazione urbana e sociale. Immagino di fare lì un posto dove si organizzano grandi mostre, uno spazio per una biblioteca grande che a Latina manco ci pensano e competiamo direttamente con Roma. Sezze era tale per l'”egemonia” culturale su un piano che non era colto o incolto era “acolto”.
Sezze ha dato intelletto ad una storia priva di cervello perché pensavano a Roma, i gerarchi che, come dice la parola stessa, stavano al loro porto in una gerarchia. A Sezze eravamo anarchici, eravamo pensanti nella ricerca ciascuno del suo modo di onorare Dio con la “sapienza” dei gesuiti che per difendere “santa romana chiesa” armarono i cervelli.
Quel monastero non è un palazzo vuoto da riempiere è l’anima profonda di Sezze. Per la mia generazione era l’idea stessa di misteri dietro mura spesse che però facevano cose dolcissime. Cose che uscivano per miracolo da una ruota e la presenza oltre era supposta, immaginata, inventata. Perchè rinunciare al mondo? Fuori c’era il sole, qui da noi il tempo è sempre dolce, e loro lì ostinatamente. Confesso che il primo libro che ho letto era quello che aveva nonna, parlava di sante mistiche (non ci capivo niente) ma sentivo che il votarsi ad una causa oltre ogni cosa fino al dolore, all’estasi aveva a che fare con quei muri e con quella ruota.
Le monache sono andate via da tempo, non è tempo mistico, non è tempo di dolore, non è tempo di felicità che stordiscono è tempo banale, ma non uccidiamo il ricordo dell’eccezionale. Sezze è una capitale: i paesi hanno come edificio più alto il castello di cui sono “servi”, la torre di una qualche suprema autorità, noi una chiesa dei gesuiti, noi intorno al sapere siamo diventati civili ed unici, perché ora cancellare la grandezza per la mediocrità?
Investiamo in bellezza, perchè la bellezza l’abbiamo, iniziamo la guerra alla rincorsa di farci periferia di Latina che è periferia di Roma. Noi siamo altro, fantasia al posto dell’utilità.
Al monastero delle clarisse vivevano mistiche, non ci mandiamo impiegati pubblici
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini
Giorgio Gaber
Salviamo la bellezza dalla corrosione della banalità, al Colosseo non ci possiamo fare un parcheggio dei bus, anche se servirebbe. Ci sono edifici che servono, ma altri che raccontano. Dentro il monastero ci sono La femminuccia e il Bobbo che raccolgono mandorle e visciole e ci mettono lo zucchero.
Dice, ma questa amministrazione lo ha salvato. E chi lo nega, ma non puoi renderlo banale sarebbe una morte un poco peggiore.

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